XIII AGRICOLTURA - Crisi finanziaria comparto agricolo regione Sardegna
XIII AGRICOLTURA
Indagini e udienze conoscitive
Indagine conoscitiva sulla crisi finanziaria del comparto agricolo, con particolare riferimento alla situazione della regione Sardegna. Audizione del signor Giovanni Fabbris, Coordinatore nazionale di Altragricoltura e del signor Riccardo Piras, portavoce del Comitato di lotta dei contadini e dei pastori sardi esecutati (12-12-2007 - pag. 145)
MARRAS (FI), Paolo FADDA (PD-U), Luigi COGODI (RC-SE), Elias VACCA (Com.It), Salvatore CICU (FI), Claudio FRANCI (PD-U) e Amalia SCHIRRU (PD-U). Interviene poi il signor Riccardo PIRAS, portavoce del Comitato di lotta dei contadini e dei pastori sardi esecutati, formulando ulteriori precisazioni. Interviene quindi Marco LION, presidente, che ringrazia i partecipanti e dichiara conclusa l'audizione.
RESOCONTO STENOGRAFICO
Seduta di mercoledì 12 dicembre 2007
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE MARCO LION La seduta comincia alle 10,30.
Sulla pubblicità dei lavori. PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso e la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.
Audizione di rappresentanti del Comitato di lotta dei contadini e dei pastori sardi esecutati - Altragricoltura. PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell' indagine conoscitiva sulla crisi finanziaria del comparto agricolo, con particolare riferimento alla situazione della regione Sardegna, l'audizione di rappresentanti del Comitato di lotta dei contadini e dei pastori sardi esecutati - Altragricoltura. Sono presenti: il signor Giovanni Fabbris, coordinatore nazionale di Altragricoltura; la signora Maria Rosa Pinamonti, dell'esecutivo nazionale di Altragricoltura; il signor Riccardo Piras, portavoce del Comitato di lotta dei contadini e dei pastori sardi esecutati. Do la parola al signor Fabbris.
GIOVANNI FABBRIS, Coordinatore nazionale di Altragricoltura. Signor presidente, ringraziamo la Commissione agricoltura della Camera dei deputati per questa audizione e soprattutto per l'atto di indirizzo al Governo - che condividiamo nello spirito e nell'obiettivo - con cui avete chiesto la dichiarazione dello stato di crisi del settore agropastorale sardo. Credo sappiate che oggi, alle 14,30, saremo auditi anche in Senato. Una delle nostre richieste mirerà a far assumere con forza l'orientamento da voi già esplicitato nei confronti del Governo anche in quella sede. Vi ringraziamo, inoltre, per avere deliberato la presente indagine conoscitiva, che condividiamo nel merito dell'obiettivo e nel metodo proposto, giacché essa pone la vicenda sarda nel contesto giusto: quello di una grande crisi più generale - sociale, prima ancora che economica - del comparto delle aree produttive italiane. Essa si interroga su come sia possibile fare fronte al fenomeno, che ormai sta diventando sempre più esteso nelle campagne italiane, del grande peso dell'esposizione debitoria, in particolare bancaria, delle aziende agricole, in una fase di grande trasformazione per i processi in atto, laddove, al contrario, servirebbe mettere in campo risorse nuove per rimanere all'interno del processo di trasformazione dell'agricoltura che è sotto i nostri occhi. Siamo di fronte ad una grande contraddizione: un'azienda agricola che, nei decenni scorsi, è stata forte, competitiva e in grado di reggere - per una gran parte sulle proprie spalle, con gli investimenti che ha operato - il peso dei ritardi che il sistema di indirizzo agricolo accusava nei confronti dei processi economici in atto, oggi ha il piombo nelle ali e corre il pericolo, in molte aree del nostro Paese, di incorrere in una bancarotta. Premesso, quindi, che condividiamo il vostro approccio, ci siamo mossi conseguentemente per offrirvi questa mattina alcuni spunti di lavoro: la nostra analisi, il nostro punto di vista e le informazioni di cui disponiamo. Soprattutto, dal momento che - se ho ben capito - questa indagine conoscitiva si concluderà tra qualche mese, sempre che lo riteniate utile, vi forniremo ulteriore materiale, affinché vi possiate rendere meglio conto delle condizioni di grande disagio che si stanno esprimendo, oggi, in Italia. Ci proponiamo, in sostanza, di seguire uno schema che mi accingo ad illustrare. Innanzitutto, vorremmo precisare di cosa parliamo quando ci riferiamo alla legge regionale sarda n. 44 del 1988. Ciò perché la mobilitazione che il Comitato degli agricoltori e dei pastori esecutati sardi ha posto in essere negli ultimi mesi, a partire dal 2 ottobre scorso, pur essendo l'ultima delle iniziative assunte in questi anni, è tuttavia riuscita, in qualche maniera, a porre questo tema all'attenzione pubblica generale. Vorremmo, quindi, chiarire il nostro punto di vista sulla legge regionale n. 44 del 1988 e il contesto entro cui essa si esprime. All'interno di tale chiarimento, intendiamo segnalarvi l'esigenza di adottare una serie di strumenti propri dell'attività legislativa - riconoscendo, ovviamente, a questa sede parlamentare la possibilità di assumere provvedimenti in tal senso - per poter innovare le modalità con cui si affrontano situazioni di siffatta natura. Vi abbiamo portato alcuni materiali informativi; si tratta di documenti che vi descriveremo, per entrare nel merito, e che consegneremo poi alla Commissione. Vorrei provare a delineare un quadro con riferimento alla legge regionale n. 44 del 1988, partendo dalla situazione esistente in Sardegna prima della sua adozione. Mi riferisco a una condizione, verso la fine degli anni Ottanta, in cui già si esprimeva un pesante disagio sociale nelle campagne sarde, segnalato dal manifestarsi di svariate condizioni di crisi e di mobilitazione. Fondamentalmente, l'agricoltura regionale sarda si trovò a dover pagare contemporaneamente diversi costi. Esisteva, in primo luogo, uno storico problema di ritardi della produzione regionale. L'università di Sassari, ultimamente, ha stimato che produrre in Sardegna costa mediamente il 20 per cento in più di quanto costi negli altri sistemi agricoli regionali italiani. Si tratta di un handicap significativo - non credo che valga la pena di entrare nel merito - di cui sono facilmente immaginabili le ragioni. Sussiste una serie di grandi problemi: i trasporti, l'energia (l'isola è priva di un gasdotto e fonda tutta la sua politica energetica sull'uso dei derivati del petrolio, con tutte le evidenti conseguenze), l'assenza di reti irrigue, con un sistema agricolo fondato soprattutto sulla captazione dei pozzi, dai costi molto alti. Verso la fine degli anni Ottanta, tutto ciò - assieme ad una serie di altre condizioni strutturali di questo tipo, tipiche della condizione di aree regionali del Mezzogiorno - si andava addensando e scaricando sull'azienda agricola, che accusava già in quel momento grandissime difficoltà, esattamente nel momento in cui, peraltro, cominciavano a prodursi gli effetti delle scelte di mercato legate alla politica agricola europea e alle relative trasformazioni in atto. Si verificavano le prime crisi di mercato direttamente collegabili alla trasformazione in sede comunitaria della PAC e alle scelte strategiche dell'Unione europea. Vale solo la pena ricordarvi che, proprio in quegli anni, cominciano a manifestarsi - in tutta l'Italia, ma in particolare in un'isola come la Sardegna, che è esattamente al centro del confine fra l'Europa meridionale e il nord Africa - tutti i problemi derivanti dalle scelte di trasformazione del modello produttivo nord-africano, che si orienta verso una produzione per il mercato europeo, con tutto quello che ciò significa, in termini di competizione, di prodotto e di prezzo, per i nostri agricoltori. Di fronte a difficoltà così grandi, vi sarebbe stato bisogno di una grande capacità di riforma, dimostrabile, evidentemente, non solo su scala regionale, bensì a livello di Governo e Parlamento. La nostra lettura del fenomeno ci porta a concludere che così non è stato. Oggi, siamo di fronte alla contraddizione per cui in Sardegna, paradossalmente, si rileva uno dei più bassi valori di export agricolo (nel 2005, l'export agricolo è stato pari a 4,6 milioni di euro), a fronte di un import per il fabbisogno agroalimentare dei consumi regionali pari a 111,2 milioni euro. Osservando, vent'anni dopo, la conclusione del processo, per capire quale ne sia stato l'esito e se siano intervenuti strumenti di riforma capaci di agire sui fattori di difficoltà e sui valori di crisi, l'analisi dei risultati finali indica che in questo momento l'azienda agricola vive una grande crisi, con il crollo dei fattori produttivi e con un'isola sempre più esposta all'importazione dei prodotti agroalimentari da territori extraregionali. In una situazione di questo tipo, abbiamo osservato un fenomeno che è quello per cui, credo, oggi stiamo ragionando in questa sede: già in quegli anni, la risposta più normale alle istanze di riforma del mondo agricolo è stata l'incentivazione, la spinta fortissima, all'indebitamento dell'azienda agricola. In risposta alle istanze e alle necessità di riforma del sistema agroalimentare produttivo, la grande operazione che si è compiuta in quegli anni - non sto qui a discutere se si sia trattato di un fenomeno gestito o meno - è stata quella di indurre l'azienda agricola a compiere grandi investimenti. In Sardegna, alla fine degli anni Ottanta, si rileva un dato drammatico: fatta pari a 100 la produzione lorda vendibile di un anno, su base regionale, il valore dell'indebitamento dell'azienda agricola nei confronti del sistema bancario ammontava quasi a 91. Si tratta di un dato assolutamente anomalo, se rapportato alla media regionale nel resto d'Italia che, nello stesso momento, ammontava al 19 per cento. Registriamo, quindi, una situazione abnorme, fuori da ogni controllo e da ogni media riferibile alla dinamica regionale, determinata da un ricorso pesante all'indebitamento dell'azienda agricola. In questo clima si colloca la legge regionale n. 44 del 1988. Come era strutturato, sul piano tecnico, l'indebitamento delle aziende agricole sarde? Alla pagina 3 degli appunti che vi abbiamo consegnato, trovate che si erogavano finanziamenti agevolati a medio e lungo termine, mutui garantiti da fideiussioni regionali e dal concorso pubblico degli interessi. Mi riferisco ad una serie di leggi per l'acquisto di fondi rustici o per le opere di miglioramento fondiario; di una serie di prestiti di esercizio legati alle calamità naturali e alle condizioni atmosferiche avverse, anche in questo caso sempre assistiti dal concorso regionale e dalla garanzia fideiussoria. Stiamo parlando, infine, di una grande, in molti casi importante, esposizione sui conti correnti attivati, nelle forme del contratto privato, fra l'azienda agricola e la banca. Sarebbe interessante entrare un po' più nel merito, in particolare, di quest'ultimo punto. La nostra prima impressione, esaminando i casi che abbiamo analizzato, è che molto spesso le esposizioni in conto corrente che in quegli anni si determinavano erano relative a pratiche inevase, dall'iter burocratico farraginoso e molto lungo, che magari si concludevano con un esito negativo. Tali pratiche aprivano aspettative, su cui venivano operati gli investimenti, che poi non arrivavano a una conclusione; e siccome i soldi, in qualche modo, erano stati dati alla banca, tutto ciò si trasformava in un'esposizione di conto corrente, con le conseguenze immaginabili in anni in cui il costo del denaro arrivava al 17, 18 o 19 per cento. Questa è la descrizione dal punto di vista tecnico. Ma, concretamente, che cosa c'era dietro questo indebitamento? Molto spesso c'era un'azienda agricola che aveva fatto fortissimi investimenti, in nome dell'idea che l'andamento del mercato, negli anni successivi, li avrebbe ripagati. Siamo di fronte ad un'incentivazione dell'investimento di questo tipo da parte dall'azienda agricola, con grosse iniziative di promozione portate avanti dall'ente pubblico. Cito due casi. Il primo si riferisce ad importanti iniziative da parte dell'ente pubblico affette da una palese contraddizione, poiché quest'ultimo - la regione in particolare, ma anche gli uffici dell'intero sistema di assistenza agli agricoltori - incentivava forme di investimento. Allo stesso tempo, però, le condizioni del mercato stavano già indicando l'idea - tale ipotesi circolava già da qualche tempo nel dibattito nazionale - che qualcosa non andava per il verso giusto. Per essere chiari, la crisi del pomodoro si stava già manifestando e la crisi dell'ortofrutta ormai si stava conclamando. Di fronte a crisi di mercato ricorrenti (gli analisti del tempo le denunciavano per i rischi che avrebbero poi comportato effettivamente, negli anni successivi), la regione Sardegna e l'intero sistema di assistenza, pubblico e privato, hanno incentivato investimenti che io, oggi, considero fuori da qualsiasi logica di compatibilità con il mercato. Mi chiedo come si potesse incentivare l'acquisto delle serre di ferro e vetro, che hanno un costo di investimento enorme dal punto di vista dei valori di impresa che impegnano l'azienda, per produrre il pomodoro e la zucchina in coltura protetta. Non solo i costi di investimento, ma anche i costi di gestione sono enormi e ben oltre la media perfino degli altri competitori regionali italiani, senza scomodare gli spagnoli, i portoghesi e i nordafricani. Infatti, in Sardegna il riscaldamento della serra doveva essere realizzato sopportando i già citati altissimi costi energetici. Ho raccolto pratiche tutte uguali, quasi stampate al ciclostile, in cui fior di tecnici certificavano come altamente redditizia la coltura del pomodoro in serra protetta da vetro e acciaio, garantendo all'azienda agricola redditi che, sulla carta, erano fantastici. Ho visto anche, su queste pratiche redatte da assistenti tecnici privati, i regolari visti degli uffici regionali competenti, che avevano - e hanno - il compito di verificare la correttezza delle procedure applicative. Questo è un caso, fra tanti altri. Voglio solo ricordarvi che le serre di vetro e acciaio, in Italia, si utilizzano laddove, ad esempio, si producono le orchidee. Servono cioè colture ad alto valore aggiunto, almeno presupposto, per giustificare un investimento di questa natura. Francamente, dal punto di vista tecnico, ritengo veramente ingiustificabile un'operazione di questo genere, pur se rapportata a quegli anni. Non è un caso che, fuori dalla regione, non si facessero, normalmente, operazioni di questo tipo. Un altro caso, interessante per valutare che cosa è successo con la legge n. 44 del 1988, è quello dei significativi finanziamenti per stalle di grande importanza. In Sardegna esistono stalle, dotate di un apparato tecnologico che, persino quindici anni dopo, farebbe invidia a qualsiasi azienda del nord Europa o della Padania, nelle quali non è entrata nemmeno una vacca. Queste stalle, infatti, sono state finanziate nel momento in cui stavamo per entrare nel regime delle quote latte, che voi ben conoscete. L'operatore ha investito nella mungitrice ipertecnologica e nella stalla predisposta per l'attenzione al benessere animale, a funzionamento totalmente computerizzato. Il signor Piras, qui presente, è uno di coloro che hanno compiuto un'operazione di questo tipo: la sua stalla ha un apparato tecnologico fantascientifico. Tuttavia, neanche una vacca è entrata nella stalla e, quindi, quell'allevatore non ha tratto un centesimo di reddito dal proprio investimento, mentre il debito con la banca è rimasto per intero. In una chiacchierata non ufficiale, un alto funzionario del Banco di Sardegna si è lamentato, fra le altre cose, del fatto che alcuni agricoltori hanno avuto il coraggio di non pagare nemmeno un euro, a fronte dei soldi dati loro, chiedendomi se ciò fosse eticamente corretto. Io, a mia volta, gli ho chiesto se ritenesse eticamente corretti i casi che vi ho citato, quindi, ad esempio, che venga finanziato un progetto per costruire una stalla che dovrebbe produrre un reddito attraverso un lavoro onesto, dopodiché le quote vengono tagliate, lasciando inalterato il debito. Francamente, mi sono chiesto come qualche agricoltore, in Sardegna, sia riuscito a pagare il Banco di Sardegna, in una situazione di questo tipo. Vi è, in definitiva, un quadro generale in cui l'agricoltura italiana faceva ricorso, in quegli anni, all'indebitamento; vi è, inoltre, un quadro regionale abnorme, rispetto ai parametri nazionali, e una natura dell'indebitamento tale per cui le aziende non avrebbero retto all'impatto con le dinamiche del mercato degli anni successivi. Tali dinamiche non avrebbero consentito all'azienda agricola e pastorale sarda di trarre il reddito necessario ad onorare gli investimenti compiuti. Vorrei, a questo punto, svolgere un'osservazione che sarà il punto finale da consegnare alla vostra riflessione. Anche se più avanti denunceremo fatti di gestione, forzature, e altro, salutiamo molto positivamente l'idea di un'indagine conoscitiva che cerchi di capire cosa è avvenuto. Il nostro obiettivo non è il giustizialismo. Abbiamo davvero bisogno di capire; tuttavia, anche quando spogliamo questa vicenda da una serie di forzature, di furberie, di colpi di mano, ci rimane pur sempre da risolvere il problema sollevato dalla Corte di giustizia europea. Quest'ultima, dovendosi esprimere sul ricorso presentato da agricoltori sardi in ordine alla correttezza del provvedimento, assunto in sede comunitaria, che dichiara illegittimi l'articolo 5 e le modificazioni successive della legge n. 44 del 1988, ha dato ragione alla Commissione, ma con una precisazione. La Corte di giustizia fa un'affermazione precisa: dice che esiste il rischio di impresa e che quest'ultimo comporta che le imprese debbano conoscere le normative. Le imprese, dunque, devono sapere che, secondo la Corte di giustizia europea, una norma entra in vigore soltanto dopo che l'Unione europea ha completato il suo iter. Alleghiamo alla documentazione una copia della sentenza; ne sarete già a conoscenza, ma vogliamo lasciarla comunque agli atti. La giurisprudenza e la normativa comunitaria prevedono che uno Stato nazionale o una regione possano emanare proprie leggi, le quali però sono considerate legittime solo dopo che la Commissione europea, anche ex post, ne ha preso atto e le ha valutate. Se anche ex post, come è accaduto (non solo nel caso della Sardegna, poiché, ad esempio, la Grecia ha incartamenti, da questo punto di vista, molto più complessi e articolati di quelli di cui stiamo discutendo), la Commissione europea, attraverso i suoi organismi, dichiara un provvedimento illegittimo, lo stesso decade, e quindi, secondo la Corte di giustizia e la normativa comunitaria, si deve ripristinare la situazione precedente. Un'azienda, afferma testualmente la Corte di giustizia, deve sapere tutto ciò e quindi, nel momento in cui accede a un finanziamento, essa se ne assume il rischio. Tutto questo viene detto molto chiaramente. Ci chiediamo, allora, in cosa consista il rischio d'impresa, oggi, nel settore agricolo. Al termine dell'audizione vi consegneremo il documento che vi sto illustrando. Si tratta di un importante studio - a cura di un'associazione intitolata ad Alessandro Bartola, che credo sia a voi nota, cioè il Centro studi universitari sulle politiche economiche, rurali e ambientali - che sembra proprio fatto apposta per indurci a riflettere. Esso è intitolato «La gestione del rischio delle imprese agricole fra strumenti privati e intervento pubblico». La tesi sostenuta in tale studio - vedremo alla fine quanto peregrina o quanto, invece, fondata - è che fra i rischi di impresa non si debbano considerare solo quelli legati alla produzione e alla commercializzazione, il rischio finanziario, nonché il rischio personale di malattia, bensì anche un quinto rischio, intorno al quale non abbiamo sufficientemente attrezzato un ragionamento, che è quello che i ricercatori - basandosi su fonti molte accreditate - definiscono come «rischio istituzionale». In una fase come quella che stiamo attraversando, in cui le modificazioni in atto (soprattutto quelle introdotte dal legislatore, nella relazione tra la propria attività e le normali attività dell'economia) tendono ad accelerare i processi mentre - sfido qualsiasi economista a sostenere il contrario - un investimento in agricoltura comunque non è ammortizzabile prima di quindici anni, come valutare trasformazioni che, nel giro di due o tre anni, cambiano le regole del gioco? Sto ponendo un problema di sostanza, che prescinde dalla correttezza e dalla legalità delle procedure attivate attorno alla legge n. 44 del 1988. Nel quadro delle profonde trasformazioni cui facevo riferimento in precedenza, vi sono - da qui all'anno 2013 - scogli e appuntamenti decisivi, come voi sapete. Nel 2009 esiste il rischio che siano ammessi gli OGM nelle colture; nel 2010 vi sarà la costruzione dell'area di libero scambio; nel 2013 arriverà la fine del regime di aiuti introdotto con la riforma Fischler. Basta guardare a questi aspetti per rendersi conto di come le iniziative legali e istituzionali direttamente collegate a questi tre passaggi abbiano un impatto immediato e molto più veloce di qualsiasi trasformazione avvenuta in agricoltura nel passato. Come può l'azienda agricola assumersi il rischio di impresa e rivolgersi a una banca, accollandosi un debito che dovrà rimborsare in quindici anni, garantito dalla proprietà del conduttore o dei suoi familiari, di fronte alla constatazione che, due anni dopo, cambieranno le regole del gioco? Credo che questo sia uno dei problemi-cardine, su cui vale la pena che il legislatore cominci a ragionare, se non vogliamo trovarci molto più spesso, nei prossimi anni, di fronte a questioni della stessa natura di quelle oggi sollevate nei riguardi della Sardegna. Tornerò su questo argomento, brevemente, in chiusura del mio intervento. La legge n. 44 del 1988, quindi, nasce nel clima che ho ricordato e non finanzia nuovo indebitamento, cioè nuovi investimenti, nel tentativo di dare una risposta alle istanze sociali. Voi tutti mi avete detto che, pur non essendo sardi, avete letto le cronache dell'epoca e vi siete fatti un'idea precisa delle grandi manifestazioni che si sono svolte allora, con grandi tensioni, problemi, blocchi stradali e quant'altro. Dato il problema fondamentale, di cui ho già parlato, la risposta era quella di consolidare tutti i debiti, mettendoli in un unico luogo e tentando in qualche maniera di attuare una politica volta alla loro gestione. Devo dire, francamente, che è quantomeno legittimo - persino intelligente, dal mio punto di vista - porsi come obiettivo un'operazione del genere. Evidentemente, però, lo strumento che si è utilizzato ha cozzato immediatamente con la legislazione comunitaria in materia di concorrenza sul mercato. La legge regionale n. 44 del 1988 viene comunque emanata. Essa non finanzia nuovi indebitamenti, bensì rileva una serie di sofferenze finanziarie a breve, o già scadute, e le trasforma in mutui di lungo periodo: quindici anni, con tre anni di preammortamento. In nome di questa operazione, per ben quattro volte su quattro misure diverse, la regione Sardegna definisce altrettanti regolamenti attuativi e finanzia una serie di azioni. La Commissione europea ha avuto facilissimo gioco a redigere il dispositivo con cui ha criticato il meccanismo della regione, poiché era evidente che i finanziamenti, come molto spesso è accaduto in agricoltura, non rispondevano neppure allo spirito della legge e andavano a sanare ben altro. Le calamità rappresentano spesso la coperta sotto cui si nascondono i ritardi e i problemi. Per chi conosce i meccanismi, come li conoscono i tecnici dell'Unione europea, è stato molto facile chiedere conto e smontare la tesi secondo la quale una crisi di mercato dei cunicoltori poteva essere affrontata consentendo di accedere al finanziamento a tutte le aziende che avevano perso il 20 per cento della propria produzione. Si tratta di un parametro francamente inammissibile, tramite il quale, ancora una volta, si erogano risorse a pioggia. Nonostante tutto, il meccanismo si mette in moto e le aziende contraggono i mutui. Stiamo parlando di 7.500 aziende che hanno presentato domanda per accedere al finanziamento previsto dalla legge n. 44 del 1988. Qui si pone una prima questione, in quanto, pur avendone tutte diritto, solo 5.400 aziende sono state finanziate ai fini del suddetto provvedimento. Le altre non sono state finanziate, pur non essendo stata rigettata la domanda, semplicemente perché, pur avendo mostrato alla banca il nulla osta regionale (cioè il decreto che consentiva di attivare il meccanismo del finanziamento), evidentemente quest'ultima ha scelto discrezionalmente i propri clienti e li ha valutati sulla base della solvibilità, quantificando i beni che erano evidentemente remunerativi in caso di fallimento dell'azienda. Siamo di fronte, quindi, a una gestione dell'operazione tale che, per 2.100 aziende circa, sono stati fatti decadere i termini, aspettando che fallissero, in definitiva, prima che i benefìci di questa legge potessero consentire loro il recupero che invece altre aziende hanno avuto. Si potrebbe dire che, su 7.500 soggetti aventi diritto, solo a 5.400 è stato consentito di avvantaggiarsi.
PAOLO FADDA. Sono quelli che non hanno ricevuto niente, che si sono avvantaggiati!
GIOVANNI FABBRIS, Coordinatore nazionale di Altragricoltura. Si può leggere la situazione anche così! Io rilevo che si è verificata un'evidente disparità nell'accesso ai diritti che questa legge concedeva. Altra questione è se, in effetti, sia stato meglio accedere o non accedere ai finanziamenti. Rilevo semplicemente il dato che ci servirà per proseguire il ragionamento, arrivando rapidamente alla questione. Il provvedimento viene dichiarato illegittimo, come voi sapete. A questo punto, vorrei, saltando una serie di osservazioni, soffermarmi soltanto su un dato finale, riguardante l'analisi delle procedure poste in essere in attuazione della legge n. 44 del 1988. Mi limito a rilevare velocemente, per punti, alcuni aspetti. Il meccanismo per accedere ai benefìci della legge era tale per cui l'agricoltore andava in regione, si istruiva una pratica, la regione concedeva un nulla osta con il quale l'agricoltore si recava in banca, e questa concedeva il mutuo. Nel momento in cui l'agricoltore andava in banca, quest'ultima ne prendeva atto e, normalmente, cominciava a erogare i fondi già mentre istruiva la pratica, nel cosiddetto periodo di «preammortamento». La banca perfezionava il contratto alla fine di questo processo, che faceva durare in media circa tre anni, durante i quali gli interessi erano calcolati pieni, cioè fra il 18 e il 19 per cento. Sussiste, quindi, una prima questione, consistente nel fatto che l'agricoltore si presentava con un certificato che documentava un debito pari a 100, ma quando stipulava il contratto finale si trovava con un debito portato a capitale che, con gli interessi maturati, arrivava a 150-160. Dal mio punto di vista, si evidenzia in questo caso una fattispecie di anatocismo. Esistono altre fattispecie di anatocismo che si configurano durante l'intero iter. Non entro ulteriormente nel merito e vi lascio una scheda riassuntiva, segnalando che vi sono almeno altri due punti in cui è possibile ravvisare l'anatocismo. Voglio segnalarvi un'ulteriore questione, che mi ha impressionato e che lascio alla vostra riflessione e valutazione. La stragrande maggioranza delle aziende agricole coinvolte in questa vicenda non ha eccepito opposizioni nelle sedi competenti. Intendo dire che, quando sono arrivati i decreti ingiuntivi dalle banche (ma anche dalla regione, poiché quest'ultima ha compiuto atti per recuperare il concorso pubblico di interessi nei confronti degli agricoltori), né in un caso, né nell'altro, gli agricoltori hanno fatto opposizione nelle sedi legali. Voi sapete perfettamente che solo questa opposizione determina immediatamente il passaggio in giudicato dell'azione ingiuntiva presentata nei confronti di qualcuno, cosicché, a prescindere dal fatto che si abbia ragione o torto, quel debito diventa certificato. Non stiamo parlando di una, dieci o venti aziende che hanno ricevuto una cartella, bensì di 5.400 aziende. Sinora ho conosciuto una sola persona che ha fatto opposizione. Tutte le altre aziende interpellate ci hanno risposto che preferivano non farla. Allora, vi chiedo se non debba essere istituito un sistema di protezione, di rappresentanza professionale e sindacale, oppure un sistema di garanzia della regione. Domando a voi il motivo per cui nessuna delle aziende ha compiuto un'operazione di questo tipo. Per ora, vi lascio soltanto la domanda e vi segnalo l'esistenza di questo grande problema, sebbene le risposte siano in nostro possesso e, in base ad esse, si stia anche cercando di comprendere un po' meglio la situazione. Il problema è talmente grande che, nel momento in cui provassimo - come abbiamo provato - a far valere le questioni dell'anatocismo, ci troveremmo di fronte al muro dell'attuale irrilevanza sul piano giudiziario. Oggi si può far valere il diritto solo rispetto alla propria condizione personale; non si può, ex post, adire ad una class action. Si può fare una denuncia politica, ma non si può rivendicare il diritto, per 5.400 aziende, di essere tutelate contro un'azione di questo tipo. Riteniamo che questa sia una circostanza di gravità inaudita. Sussistono numerosi interrogativi nei rapporti fra le banche e la regione Sardegna, e io ve ne ho segnalato soltanto uno. Stiamo cercando di capire - credo che anche voi dobbiate essere interessati al riguardo - come sia possibile che un funzionario della regione, responsabile dell'ufficio che rilasciava i nulla osta, figurasse al tempo stesso nella struttura del Banco di Sardegna per il credito agrario. Vi segnalo molto rapidamente solo altre due questioni. Una delle domande che ci dobbiamo porre è che cosa sia accaduto nel momento in cui si è proceduto al recupero dei crediti. Ci sono almeno tre questioni da affrontare. Le banche e la stessa regione hanno posto sotto pignoramento i trasferimenti dall'Unione europea affidati all'ARGEA, l'agenzia regionale per la gestione e l'erogazione degli aiuti in agricoltura ...
PAOLO FADDA. Sulle calamità naturali...
GIOVANNI FABBRIS, Coordinatore nazionale di Altragricoltura. Lo hanno fatto sia la banca, sia la regione Sardegna. In questo momento sono in atto denunce nei confronti della banca, presso il tribunale; per esempio, nel momento in cui vengono pignorati dei beni, vengono compresi nel pignoramento beni non di proprietà del creditore, ma addirittura di proprietà pubblica e affidati allo stesso. È il caso del Sulcis, consorzio terre di proprietà e consorzio di bonifica, in cui vendite all'asta e intere transazioni sono avvenute su questa base. Credo vi sia molto da capire su che cosa sta accadendo e su che cosa è già successo. La situazione sarda non è l'unica. Vi segnalo due ulteriori situazioni. La prima riguarda l'Agro Domizio; vi consegno la documentazione relativa a dieci anni di disperazione dei serricoltori della zona di Mondragone. L'altro giorno ho tenuto una riunione con loro; mi hanno portato nelle serre e, alla fine, mi hanno detto che tutto ciò che avevo visto era all'asta. La seconda segnalazione riguarda Sondrio, dove mi recherò la settimana prossima, in cui 300 aziende sono in vendita all'asta. Sia chiaro a tutti, quindi, che il problema non è semplicemente meridionale. La nostra tesi è che non si sia più solo di fronte a un problema del Mezzogiorno, bensì che esista un grande problema nazionale. Nelle aree un tempo definite competitive, l'azienda agricola, nei decenni scorsi, ha fatto grandissimi investimenti, oggi non remunerati dall'andamento del mercato e contraddetti dalle scelte di politica europea. Queste ultime stanno chiaramente disegnando uno scenario in cui l'Italia può fare a meno del lavoro contadino e può diventare una grande piattaforma commerciale in mano ai grandi marchi. La questione se la materia prima debba arrivare dalle nostre terre o da qualche altra parte è assolutamente secondaria. Tale è il problema che abbiamo di fronte. Vi lascio anche una cartella contenente la documentazione su un contadino, una delle tante che stiamo raccogliendo. Finora ne abbiamo raccolte una trentina, componendo un dossier. Ve ne lasciamo una sola, relativa all'intervista ad un agricoltore che ha pagato tutto e ha chiuso con la banca. Ma ha smesso di fare l'agricoltore. Da tale documentazione risulta chiarissimo che egli, pur di uscire dall'incubo in cui era entrato, ha utilizzato i tre quarti del valore della sua azienda, vendendo in proprio prima che i beni fossero venduti all'asta, pur di non vedere entrare in casa sua l'ufficiale giudiziario. Siamo a questo punto. Siamo molto preoccupati del fatto che il Ministro e il presidente della regione continuano a dire che il problema si risolverebbe con un accordo con la banca. Noi non condividiamo questa affermazione; anzi, pensiamo che sia un errore e che l'accordo con la banca sia soltanto uno dei possibili strumenti con cui affrontare questa realtà. Vi ho descritto una situazione complessa, che coinvolge profili di diritto diversi e complicati. Occorre dare risposta sia a coloro che hanno in atto l'esecuzione in questo momento, sia a coloro che hanno venduto la terra in proprio, prima che fosse venduta all'asta, sia, infine, a coloro cui la terra è stata espropriata con la vendita all'asta. Le risposte saranno diverse. È chiaro che nessuno può pensare di chiedere alle banche di restituire i proventi delle vendite. Vi chiediamo, allora, se il punto consista semplicemente nell'affrontare la questione delle povere aziende che oggi non sono in grado di far fronte ai debiti, o se, piuttosto, non si sia di fronte al fallimento di un'operazione di cui dobbiamo farci carico, per trovare soluzioni che, in qualche modo, rispondano alle diverse questioni. Il futuro è un elemento determinante. La regione Sardegna, in questo momento, ha una mole ingentissima di finanziamenti sul PSR (Piano di sviluppo rurale). Le aziende che sono entrate nel circuito della sofferenza, essendo state dichiarate tutte insolvibili, non potranno accedere ad alcuna delle misure del PSR, poiché, trattandosi di misure di cofinanziamento, si devono accendere mutui. Non possiamo parlare in astratto di agricoltura e di misure economiche. Dobbiamo parlare di fatti concreti. Per questo, oggi, chiederemo al Senato, e chiediamo anche a voi (per quello che è di vostra competenza, lo avete già fatto), di sollecitare la costituzione di un tavolo di confronto fra le parti sociali, per riunirci, per quanto ci riguarda, con le forze parlamentari, il governo della regione e le banche, al fine di risolvere - e non sarà semplice - una vicenda molto complessa. In tale quadro, l'accordo con la banca, se costruito su basi di correttezza, può essere uno strumento utile, ma non può essere l'unico. Inoltre, sicuramente nessun accordo sarà possibile senza la condivisione piena da parte degli agricoltori. Questo è un punto assolutamente fuori discussione.
PRESIDENTE. La ringrazio. Noi, naturalmente, raccogliamo tutti i documenti e siamo sempre disponibili ad acquisirne ulteriori. Do ora la parola ai colleghi che intendano porre quesiti o formulare osservazioni.
GIOVANNI MARRAS. Credo di aver dato seguito alle considerazioni di Giovanni Fabbris e di averle, in momenti diversi, discusse anche nell'aula di Montecitorio, insieme al collega Cicu, nell'ambito di un question time, con una proposta di legge, nonché con un ordine del giorno approvato e pienamente recepito nell'ultimo decreto in materia finanziaria. Tale ordine del giorno conteneva diversi punti, poiché credo che Fabbris, come rappresentante degli amici presenti, abbia detto molto chiaramente che il problema è complesso e va affrontato individuando diverse soluzioni. Noi, fra le tante ipotesi, ci eravamo agganciati alla soluzione, accettata dall'Unione europea, della «spalmatura» su quattordici anni, come si fece per le quote latte, altro problema del settore agricolo che riguardò anche la Sardegna. Tutti ricorderanno i quattordici anni di «spalmatura» del pagamento delle multe per le quote latte eccedenti dell'anno 2004. Ci agganciammo anche ai provvedimenti relativi alla pesca, però la soluzione della «spalmatura» venne comunque approvata e il principio venne effettivamente fatto salvo. Ci agganciammo a quell'ipotesi perché i quattordici anni potevano essere, secondo noi, una delle soluzioni (non la soluzione), e consentivano di respirare. Nel contempo, abbiamo dato il benvenuto alla notizia che nella legge finanziaria è stato inserito il blocco fino a luglio (Commenti dei deputati Fadda, Cicu e di Giovanni Fabbris, Coordinatore nazionale di Altragricoltura)... Se non è scomparso nel frattempo, per me c'è ancora! Ricordo che si tratta del contenuto di un emendamento. Comunque, apprendiamo la notizia con grande gioia. Poiché siamo nell'ambito di un'indagine conoscitiva molto importante, fondamentale e che apprezziamo, voglio spiegare il motivo dell'azione che abbiamo svolto. La giunta Palomba, che aveva tra i suoi esponenti di spicco anche l'onorevole Fadda (sulla delibera compare innegabilmente anche il suo nome e la decisione fu assunta all'unanimità), decise di adottare la delibera del 1988. L'assessore si chiamava Pava; la giunta era presieduta da Palomba. A me piace chiamare le cose come sono nate in illo tempore e col loro nome, altrimenti ci nascondiamo tutti e facciamo confusione. Non si può dire che tutti siamo stati partecipi. Al contrario, siamo presenti in questa sede per risolvere il problema e dobbiamo, come affermano gli auditi, fare la cronistoria e conoscere i problemi, anche per non commettere di nuovo i medesimi errori. All'epoca, l'errore che Fabbris, giustamente, ha rilevato è stato il non avere trasmesso in via preventiva la delibera al controllo, cosa semplice e obbligatoria. Trasmettendo la delibera non sarebbe avvenuto assolutamente nulla, poiché essa non poteva passare il vaglio dell'Unione europea e quindi nessun agricoltore si sarebbe indebitato. Ciascuno avrebbe trovato altre soluzioni, come sempre è avvenuto negli anni. Sono stato sindaco di Arborea per quindici anni. Ho attuato anch'io il blocco della statale per il latte; mi hanno denunciato e processato, e sono stato difeso dallo studio dell'amico Salvatore Cicu (come avvocato e non come parlamentare, naturalmente). Sono riuscito a uscirne dopo una condanna in primo grado. Siamo, quindi, tutti nella stessa barca. Parlando invece delle questioni di casa nostra, il problema reale e gravissimo è stato quello dell'assenza completa delle istituzioni. Le istituzioni sono state assenti in tutti questi anni e l'interesse da parte loro si è manifestato, in tutta franchezza, solo quando la situazione è arrivata veramente al culmine. Le cose da dire sarebbero davvero tante e tutte una più interessante dell'altra, ma avremo tempo e ora devo lasciare spazio ai colleghi. Tuttavia, l'aspetto più grave si rileva quando il funzionario regionale legge la pratica, concede il proprio assenso, e la Corte di giustizia europea, dopo il vaglio di un ente dello Stato, si pronuncia adducendo la sussistenza del rischio di impresa. Ma non si tratta di rischio di impresa: c'è una legge. Io rifiuto anche la definizione di «impresa agricola». Le aziende agricole non sono imprese agricole, e qualcuno, forse, confonde la Sardegna con la pianura padana. In questo caso, quel qualcuno non dovrebbe vedersi riconosciuti incarichi politici o ricoprire il ruolo di funzionario. Infatti, chi vive in Sardegna conosce bene le condizioni e le profonde differenze che esistono, anche dal punto di vista dei redditi medi, fra le nostre aziende e quelle della pianura padana. La situazione va valutata sotto questo punto di vista. Credo, inoltre, che si sia lasciato andare troppo oltre il meccanismo dell'anatocismo, citato dall'amico Fabbris, relativo alle banche. Queste ultime hanno tenuto, in questa vicenda, un atteggiamento veramente grave, in quanto negli anni Ottanta gli interessi, in agricoltura, erano attorno al 17-18 per cento. Nei tre anni di ammortamento della legge n. 44 del 1988 - è di quella che dobbiamo parlare, poiché il problema è legato, non solo, ma soprattutto a questa legge - i debiti effettivi erano tali che, dopo tre anni, chi aveva preso 100 doveva già restituire 150. Questo è il meccanismo reale che ha «strozzato» gli agricoltori. Al collega Fadda voglio dire che l'estensione fino a luglio va benissimo, però mi domando cosa avverrà dopo. Queste aziende, dopo, devono tornare a produrre. Se l'azienda non produce, allungarne l'agonia non ha alcun significato. Non possiamo riproporre, dopo aver svolto un'indagine conoscitiva, un comportamento che ricalca quanto disposto dalla legge n. 44 del 1988. Bisogna restituire alle aziende certezza riguardo al futuro. Quando la banca procede all'istruttoria (che, fra l'altro, è severissima), se riscontra che l'individuo è indebitato o ha dei pignoramenti, non dovrebbe addirittura concedergli alcun tipo di dilazione. Se ciò non è chiaro, allora ci prendiamo in giro, sostenendo, tra l'altro, che l'accordo Soru-De Castro-Foddis rappresenta la soluzione, mentre non è così. Voglio sapere - nelle norme non è scritto - chi potrà cedere quei crediti e come potrà farlo. Voglio sapere se le banche supereranno le gravi difficoltà e le esposizioni debitorie di ognuno o se ripeteranno, invece (fatto grave), la stessa analisi che riguardò la legge n. 44 del 1988. Chiedo ai presenti se sanno chi ottenne i soldi con la legge n. 44 del 1988 e perché solo 5.400 domande su 7.500 furono accolte. La risposta posso darla io stesso: li ottennero coloro che possedevano beni immobili. Si danno i soldi a chi ce li ha già e non a chi è in difficoltà! Quei 5.400 agricoltori si trovavano tutti, anche quelli che possedevano beni immobili, nella condizione di non poter accedere al credito. Affrontiamo una situazione complessiva, quindi, in cui quasi nessuno può accedere al credito. Ritengo si tratti di una condizione assolutamente diversa da quella del passato. Le soluzioni proponibili sono la «spalmatura» del debito e regole certe per il futuro (da fissare anche con l'ausilio di questa indagine), lavorando in Parlamento e trovando una soluzione - dico io - con una legge bipartisan. Per situazioni così drammatiche, non conta che la legge sia proposta dalla destra, dalla sinistra o dal centro: conta che sia fatta bene. Non debbono esserci né vincitori, né vinti, ma si deve semplicemente dare la possibilità agli agricoltori di riprendere la propria attività. Concludo precisando che la Sardegna vive, oltre a quella del latte ovino, anche una crisi del latte bovino, che, stranamente, pochi conoscono. Infatti, molti non hanno ancora capito che, per esempio, ad Arborea, la perla della Sardegna, sono state chiuse, in un anno, ben quindici aziende. In tutta la storia della bonifica, non aveva mai chiuso un'azienda. Se Arborea soffre tali difficoltà, possiamo immaginare quelle di Decimoputzu! Poc'anzi, Fabbris ha citato la crisi dell'ortofrutta e quella del pomodoro, prodotto che ormai è in mano a un industriale e non più agli agricoltori (non faccio il nome, perché in questa sede i nomi non si fanno). Anche la barbabietola da zucchero è scomparsa. Dobbiamo parlare anche di questo: abbiamo un territorio con molte ferite. L'indagine conoscitiva va benissimo, però dobbiamo essere concreti e uniti, non cercando il conflitto, bensì assicurando la collaborazione di tutti, anche di quelle persone che hanno impedito, negli anni, di intraprendere azioni nei confronti delle banche. Il dato più strano è sicuramente questo: non si capisce perché nessuno sia intervenuto, perché non sia stato impugnato nessun decreto ingiuntivo. In realtà, lo capisco molto bene e ho anch'io una risposta. Si è trattato di una grave commistione, che non può ripetersi. Dobbiamo essere noi a impedirla, facendo sapere agli agricoltori i nomi e i cognomi, e magari dichiarando che in futuro sarà tenuto un atteggiamento assolutamente diverso. Noi continuiamo a dichiararci disponibili a collaborare; le questioni da discutere potranno essere affrontate anche più avanti, nei prossimi incontri.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE GIUSEPPINA SERVODIO PAOLO FADDA. Signor presidente, debbo dare atto a questa Commissione di avere iniziato a interessarsi del problema in esame. Il presidente della Commissione è venuto in Sardegna e, in sede di discussione della manovra finanziaria al Senato, abbiamo proposto un emendamento al fine di ottenere un periodo di riflessione. Tale emendamento è stato approvato dal Senato, e ora abbiamo un periodo di tregua. Abbiamo approvato un ordine del giorno che ci ha permesso, in queste settimane, di compiere un'attenta valutazione. La Commissione è pienamente a conoscenza dei drammi che sta vivendo il mondo agropastorale sardo. Onorevole Marras, non mi soffermerei sulle responsabilità, sulle giunte e quant'altro, poiché credo che dobbiamo essere consapevoli del fatto che siamo tutti responsabili. È responsabile lo Stato, con tutti i Governi che si sono succeduti; è responsabile la regione, con tutte le giunte che si sono succedute, di centrodestra, di centrosinistra, di sinistra, di destra. Sono responsabili le banche. Nessuno paga, fra i veri responsabili, che sono: la Comunità europea, lo Stato, la regione e la banca. Sta pagando chi non è responsabile e stiamo vivendo uno dei drammi più pesanti della storia della nostra Sardegna. Sono d'accordo sul fatto che le iniziative assunte fino ad oggi non sono sufficienti: non lo sono quelle della giunta regionale, né quelle del Governo, né quelle del Senato e della Camera. Dobbiamo senza dubbio convocare un tavolo. Questa indagine conoscitiva scaturisce dal fatto che l'intera Commissione ha capito qual'è la situazione che si sta vivendo in Sardegna, e non dall'esigenza di individuare le responsabilità: agli agricoltori e ai pastori non interessa, in questo momento, sapere chi sono i responsabili. Non c'è dubbio che si deve andare oltre il blocco delle aste. Non c'è dubbio che ci deve essere l'unità di tutte le forze politiche, se vogliamo trovare almeno una volta - lo dico adesso per i colleghi parlamentari sardi - un'unità di intenti. Ringrazio i nostri amici, che ci hanno consegnato due documenti importantissimi, uno dei quali riguarda la storia della legge n. 44 del 1988, sulla quale non ci soffermiamo ulteriormente. La memoria è chiara, precisa e puntuale, anche su quelle che sono le responsabilità. L'altro documento è relativo alla situazione attuale e ai drammi che, nonostante gli accordi raggiunti, gli agricoltori e i pastori stanno ancora vivendo in Sardegna. Signor presidente, sono convinto che dobbiamo fare in modo che il Governo, le banche, le parti e la regione si siedano intorno ad un tavolo e stabiliscano assieme un piano d'azione. Infatti, quello che sta vivendo la Sardegna - lo diceva anche il signor Fabbris - ben presto sarà un dramma che tutta l'Italia vivrà. L'indebitamento delle aziende agricole in Sardegna sta arrivando a livelli veramente paurosi. Non mi riferisco soltanto alle aziende che ormai sono all'asta: tutto il sistema agropastorale sardo, se non è ancora all'asta, lo sarà, molto probabilmente, fra 6 o 8 mesi. Esiste una crisi del comparto, e vi posso garantire che, nonostante i drammi che l'onorevole Marras ha elencato per altri settori, il dramma vero della Sardegna è quello del sistema agropastorale. Per quanto ci riguarda (lo dico al collega Marras), evitiamo - ho partecipato anch'io alle assemblee tenute a Decimoputzu - di individuare responsabilità e cerchiamo piuttosto di avere idee, progetti, programmi, per dare una mano a chi sta vivendo, forse, uno dei drammi peggiori che la Sardegna abbia mai fronteggiato.
LUIGI COGODI. Signor presidente, ringrazio anch'io gli amici di Altragricoltura per il contributo importante, puntuale e concreto che hanno dato alla Commissione. Peraltro, si tratta di circostanze a noi abbastanza note. Dirò pochissime cose, compiendo uno sforzo di riferimento concreto alla situazione. Oggi raccogliamo il contributo di una delle associazioni che operano utilmente sul campo, ed è nell'intendimento della Commissione raccogliere ulteriori contributi delle associazioni e delle organizzazioni che potranno completare il quadro e, quindi, fornire elementi conoscitivi e propositivi per la soluzione dei problemi. Mi permetto, inoltre, di suggerire alla presidenza di tenere in debito conto, se lo riterrà utile, la possibilità di completare il quadro delle audizioni ascoltando almeno due operatori del settore, cioè due titolari di azienda. Raccomanderei di esaminare il caso, ascoltando un componente della famiglia direttamente interessata, di un'azienda di Decimoputzu che è stata soggetta ad un esproprio che io definirei non «proletario», bensì «antiproletario». L'azienda fu venduta all'asta e, a seguito di una contestazione popolare, con la presenza di «pezzi» importanti delle istituzioni locali, restituita da chi l'aveva comprata a vil prezzo, con scrittura privata, nel corso di una giornata. Questa vicenda è sicuramente indicativa di un meccanismo perverso, che deve essere indagato e, per farlo meglio, forse è opportuno acquisirlo come elemento di conoscenza. Come è possibile che un valore 1.000 sia venduto per 30 all'asta - la diciassettesima, mi pare, o giù di lì - e venga poi restituito, nel quadro di una contestazione e di un gesto di solidarietà popolare, in presenza di un vicequestore e di ottanta agenti dell'ordine pubblico che dovevano eseguire uno sfratto, dall'acquirente, che era formalmente e a pieno titolo proprietario di un valore 1.000, al medesimo valore 30, più le spese che questi avrebbe sopportato, cioè al valore 35-40? Evidentemente, in quel caso possiamo trovare elementi per spiegare come siano potute accadere cose del genere. Il secondo caso che mi permetto di segnalare è relativo a un'azienda di Sant'Annaresi (anche in questo caso non ho disponibili i riferimenti nominativi), che a me risulta essere presumibilmente - fondatamente, direi - vicino ad una fattispecie di anatocismo. Si tratta, infatti, di un'azienda che addirittura risulta avere pagato tutto. Nonostante ciò, la banca ha proseguito nell'esecuzione, facendo sopportare all'azienda disastri economici inenarrabili. Mi permetto di suggerire questi due casi come oggetto di acquisizione di elementi di conoscenza specifica, che aiutino la Commissione a ricostruire questi meccanismi, ritenendo che essa faccia bene ad assumere il caso Sardegna - mi sono permesso di dirlo in una precedente circostanza - come precedente utile a ricostruire una condizione in cui versa pressoché l'intera agricoltura meridionale in Italia e che riguarda, quindi, anche altre regioni. Il fatto di analizzare principalmente o preliminarmente il caso Sardegna non rappresenta un intento localistico, bensì un precedente utile a ricostruire i meccanismi perversi che portano a queste condizioni disastrose. Vorrei fare una seconda, rapidissima considerazione. Ciò che interessa, credo, alla Commissione (come, sicuramente, interessa agli operatori, agli agricoltori, in Sardegna e altrove) non è tanto ricostruire genericamente un quadro di responsabilità da addossare o da addossarci reciprocamente. Ciò che interessa - mi pare sia questo l'intendimento comune - è addivenire a una soluzione, o meglio, innescare un meccanismo che porti alla soluzione del problema. Per questo, mi permetto di dire con molta cortesia - vorrei farlo così, con molta cortesia e rispetto delle opinioni altrui - all'amico Marras di non «caricare» troppo la sua idea in questa sede. L'ho detto anche, onestamente, agli agricoltori, e lo ripeto alle associazioni, con molta amicizia: il gioco delle responsabilità non risolve mai il problema. Tuttavia, a me interessa richiamare un punto che merita di essere chiarito. L'intestazione del documento che ci viene consegnato reca «Il caso della vendita all'asta delle aziende agricole sarde a causa della legge regionale sarda n. 44 del 1988 (...)». Anche qui sento citare l'assenza, le colpe e le responsabilità delle istituzioni. Noi teniamo molto alla bontà, al rigore e al rispetto di tutte le istituzioni pubbliche, e anche delle nostre istituzioni autonomistiche. La regione autonoma della Sardegna, quando, nel 1988, approvò la legge n. 44, non intendeva certamente danneggiare gli agricoltori. Essa rispose a una forte domanda del settore agricolo con un eccesso di attenzione; quindi non possiamo ritenerla responsabile e colpevole, come fosse la causa del danno. L'agricoltura sarda, nel 1988 (io c'ero, assieme a tutti quelli che si occupano di questo problema), versava in una condizione disastrosa, quasi comatosa: trasporti, energia, acqua, cioè carenze e difetti antichi, e in più una siccità che colpiva la Sardegna da quattro o cinque anni consecutivi. Non a rischio, bensì in condizioni praticamente disastrose erano non solo i prodotti e i frutti, ma anche gli impianti. Per questo, si dovette ricorrere a una legge, che non era caratterizzata dalla generosità o dall'eccesso, ma che agiva in una condizione particolare, con un intervento molto sostenuto, per salvare il salvabile. Non è la regione autonoma della Sardegna che ha provocato il danno, bensì il sistema che da questa legge si è innescato quando, in sede comunitaria, si è sostenuto che si trattava di un aiuto di Stato non consentito, che danneggiava la concorrenza. Ma quale concorrenza? Se si uccide il concorrente, quale concorrenza si salva? Quella legge si proponeva di salvare concorrenti, gente che produceva in condizioni difficili, pensando che non esistesse ragione alcuna perché essi dovessero essere portati alla morte economica (e non solo). Tale è l'antefatto, e da lì si innescarono poi le eccezioni, con interventi dell'Unione europea in sede comunitaria. Ed è in quella stessa sede che va trattata la questione. L'aiuto di Stato per l'agricoltura è un dato riconosciuto, esistente in molteplici forme in ogni regione e Stato d'Europa. Esistono tanti modi per sostenere l'agricoltura. Essa deve, in effetti, essere sostenuta come altri settori produttivi vitali aventi, oltre alla funzione direttamente produttiva, anche funzioni essenziali collaterali, come il mantenimento della popolazione nel territorio. L'agricoltura è un presidio, anche in ragione delle funzioni di equilibrio ambientale, sociale e culturale che svolge, legate soprattutto alla produzione agricola diretta. Tutto ciò non può sfuggire all'analisi puramente fredda e cartacea che possono fare i funzionari, spesso burocrati insensibili, di alcune Commissioni comunitarie. Va contestata dallo Stato italiano questa impostazione fredda e burocratica, e va consentito il fatto che lo Stato e le regioni aiutino forme di produzione indispensabili per l'equilibrio economico, sociale e culturale, nonché per una vera e buona concorrenza. Per concludere, oggi occorre venire a capo di questa situazione. Guai a pensare che la moratoria dei 4-6 mesi, che con la legge finanziaria adesso ci apprestiamo a definire, rappresenti la soluzione del problema. Non lo è affatto. Si tratta, semmai, di uno strumento attraverso il quale si può agevolare la soluzione del problema. Rappresenta un tempo intermedio entro cui, bloccate le aste momentaneamente e saldate le pretese delle banche con i soldi dello Stato (che sono pur sempre soldi dei cittadini e, quindi, anche degli agricoltori), il problema deve essere affrontato con più serenità e risolto. Ciò significa venire a capo di meccanismi perversi e addivenire a una soluzione che sia effettiva. Significa mettere gli operatori agricoli in una condizione di normalità produttiva, cosicché possano di nuovo, nelle loro aziende, rispettando tutte le regole, produrre, vendere e andare avanti. Guai a pensare che quella norma della legge finanziaria abbia risolto il problema! Essa consente, se si vuole, di arrivare alla soluzione dello stesso. Non sarà una riunione intergovernativa Stato-regioni a risolvere il problema, chiedendo alle banche di rimodulare la partita creditizia, poiché avremo chi non sarà ugualmente in grado di affrontare tale rimodulazione. Serviranno invece strumenti molteplici, della stessa regione, nonché altre leggi dello Stato, oltre che un elemento di conoscenza e di intervento in via amministrativa. In conclusione, se questo - come mi è parso di cogliere - è lo spirito costruttivo di tutta la Commissione, credo che, attraverso l'audizione odierna e quelle successive, potremo davvero creare i presupposti per migliorare le condizioni in Sardegna, senza piagnistei di alcun genere. Non si sta chiedendo nulla di particolare per questa regione, ma si sta chiedendo di accertare un fatto, una condizione e un meccanismo, che aiutino anche a risolvere i problemi di tutto il comparto agricolo, principalmente nel meridione d'Italia.
ELIAS VACCA. Mi scuso per aver assistito solo parzialmente all'audizione. Comunque, i commissari sardi - almeno loro! - il problema lo conoscono, e oggi ne abbiamo avuto un riassunto più puntuale e una documentazione utile. Venendo ai fatti concreti, questa mi sembra una partita sulla quale, a livello sia regionale sia nazionale - in questo senso, mi rivolgo anche ai colleghi dell'opposizione - non sussiste un punto di primato di una parte politica. Analogamente, considerato che gli effetti della legge n. 44 del 1988 hanno attraversato praticamente indenni una serie di maggioranze di giunte regionali, i problemi dei quali parlava Fabbris non sono ascrivibili in via esclusiva a una parte politica piuttosto che a un'altra. Pertanto, vorrei che su questi argomenti la Commissione lavorasse nell'ottica di risolvere i problemi che si sono creati e anche - ci mancherebbe altro - di accertare le relative responsabilità. La mia conoscenza della materia riguarda più il versante giuridico che quello tecnico relativo all'agricoltura, sul quale invece altri colleghi hanno sicuramente competenze maggiori. In primo luogo, il collega Cogodi ha richiamato la norma, inserita nella legge finanziaria, che dispone un'indagine a più vasto raggio, così come la Commissione, all'unanimità, aveva stabilito con una risoluzione. Su quella norma ho ritenuto di dover intervenire con un emendamento - non so che destino avrà, poiché l'iter è in corso - che mira a riportare i provvedimenti nell'ottica delle osservazioni svolte poc'anzi da Fabbris. L'impostazione che abbiamo ritenuto di dover dare a questa vicenda è che la condizione più drammatica, nell'immediato, delle aziende i cui beni vengono messi all'asta è soltanto la spia che deve sollecitare la politica ad analizzare in maniera complessiva tutto ciò che è scaturito in relazione e in conseguenza alla legge n. 44 del 1988. Dovremmo cercare di evitare che, qualsiasi iniziativa si intraprenda, qualsiasi norma si approvi, le conseguenze siano limitate al raggiungimento di un accordo fra regione e banche in base al quale, con il denaro pubblico (poiché questo è ciò di cui la regione dispone), si possano recuperare le perdite delle aziende sarde i cui beni sono all'asta, consumando così tre ingiustizie contemporaneamente. La prima ingiustizia verrebbe consumata a danno di quelle aziende che hanno visto i loro beni già venduti all'asta e alle quali non si dà alcuna risposta, in base al criterio per cui «passata la festa, gabbato lo santo». La seconda ingiustizia verrebbe consumata a danno di quelle aziende che hanno il finanziamento tuttora in corso e che non sono in sofferenza solo perché, magari, mangiano pane e cipolle pur di pagare i debiti con le banche. La terza ingiustizia verrebbe consumata a danno di quelle aziende che hanno per altra via - come nel caso che Fabbris citava - deciso di uscire dallo stato di sofferenza e di scongiurare l'asta, cessando l'attività o compiendo altre scelte imprenditoriali necessitate, che non troverebbero a questo punto una risposta. Noi dobbiamo fornire quattro risposte: a chi ha i beni all'asta, a chi ha già avuto i beni sub-astati, a chi comunque ha pagato sulla base della contabilizzazione anatocistica (sulla quale poi dirò) e, infine, a chi non ha apparentemente problemi, perché non è in sofferenza, non ha i beni all'asta, non ha fatto opposizione ai decreti ingiuntivi e si è limitato semplicemente a pagare. L'accordo non può essere tale per cui, al fine di recuperare una situazione determinatasi con un colpevole concorso del sistema creditizio e del sistema burocratico e politico della regione, il denaro pubblico serve comunque a pagare le banche, poiché quel denaro pubblico, oltre ad essere denaro dei contribuenti, è anche denaro di quegli agricoltori che non hanno i beni all'asta solo perché hanno mangiato pane e cipolla e che, in tal modo, verrebbero chiamati a pagare i debiti altrui. Questa non sarebbe una soluzione accettabile. Se questa non è una soluzione accettabile, l'indagine deve muovere da una serie di punti fermi. Siamo di fronte ad una responsabilità dell'apparato tecnico della regione per la mancata notificazione della legge, nel momento in cui la stessa doveva essere notificata. La cassazione di quella norma, quindi, comporta responsabilità tecniche precise. Esiste una responsabilità politica, mi si consenta di dirlo, diffusa e non ascrivibile al torto o al merito di una parte o dell'altra, poiché prima che si arrivasse all'asta su questi beni è avvenuta una serie di passaggi. Sono stati sollevati, a più riprese, allarmi, che non sono stati presi molto sul serio sino a quando la protesta non ha assunto le forme eclatanti che solo la disperazione può determinare. Occorre prendere atto che esiste una responsabilità politica anche nel rapporto con la Commissione europea, una responsabilità che non può non essere considerata anche sotto il profilo giuridico. Mi sono occupato, nel mio lavoro, anche di alcune di queste aziende; per esempio, di un'azienda alla quale non era stata applicata la legge n. 44 del 1988. Ho fatto opposizione al decreto ingiuntivo fondata sulla contabilizzazione degli interessi e, alla fine, siamo giunti alla transazione. Posso anche dire - e do una risposta alle affermazioni di Fabbris - che probabilmente si è arrivati alla transazione perché ci si è rivolti ad un avvocato che era il marito della cugina. In effetti, l'interessato non aveva i soldi per pagare l'avvocato. Ecco perché molti non hanno fatto opposizione ai decreti ingiuntivi. Le appena citate questioni politiche e tecniche non devono essere relegate alla sfera della denuncia, in quanto si tratta di questioni, invece, che nei giudizi contano. Di fatto, debbo dire che il precipitare della situazione, dovuto anche alla mancata opposizione ai provvedimenti monitori, grida veramente vendetta. In realtà, nella contabilizzazione degli interessi da parte delle banche, e quindi anche nella contabilizzazione degli interessi nella parte in cui gli agricoltori devono restituire soldi alla regione per gli aiuti ricevuti, si cela un meccanismo che non è forzato definire estorsivo. Vi è una fase in cui, a causa di un errore tecnico, ma anche di valutazione politica, l'utilizzazione di quel mezzo che Fabbris, riassumendo, definiva il «rischio di impresa», ha subìto obiettivamente un'alterazione che non può non avere effetto. Le banche devono prendere atto che, se le opposizioni in punto di contabilizzazione fossero state fatte, esse sarebbero state accolte. E devono anche tenere conto di quanto è già avvenuto per altri eventi, di cui ricordo uno per tutti: l'erogazione di mutui vari, contratti in valuta estera prima dell'uscita dell'Italia dallo SME e contabilizzati dopo l'uscita dell'Italia dallo SME, con un'imprevedibile variazione dei tassi di cambio. Le opposizioni furono regolarmente accolte, perché il rischio, l'alea connessa a quella operazione di mutuo, era alterata per effetto di eventi non conosciuti, non conoscibili e non preventivabili da parte del mutuatario. Tutto ciò non può non essere considerato nella trattativa e nel rapporto che la regione ha con il sistema bancario. Quello che auspico è che, mentre la politica, nell'assunzione di responsabilità, deve abbandonare le logiche di parte e unire le forze, anche sul fronte dei soggetti int



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